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Veronesi e le cellule staminali del cancro


In Italia sono trentamila (in Europa 200 mila) le donne che vengono colpite ogni anno da un tumore al seno, ma le possibilita di diagnosi precoce e di cure sempre piu mirate sono cresciute progressi

In Italia sono trentamila (in Europa 200 mila) le donne che vengono colpite ogni anno da un tumore al seno, ma le possibilita' di diagnosi precoce e di cure sempre piu' mirate sono cresciute progressivamente negli ultimi trent'anni, tanto che con un tumore alla mammella si vive di piu' e si muore di meno.
A scandire le tappe concettuali dei principali progressi compiuti in questo periodo e che hanno dato vita a trattamenti innovativi che hanno cambiato il comportamento clinico nei confronti di migliaia di donne, e' stato l'oncologo Umberto Veronesi al quale e' stata affidata la lezione di apertura del convegno internazionale di St. Gallen dedicato al tumore al seno.
Il primo cambiamento ha avuto come obiettivo la riduzione delle terapie; un processo lungo e difficile che ha incontrato molti ostacoli, perche' si e' passati dal concetto del massimo trattamento tollerabile alla cura efficace-minimale. In altre parole, per la chirurgia si e' passati da interventi demolitivi (asportazione di tutto il seno) ad una chirurgia conservativa. "Quando proposi di intraprendere uno studio che paragonasse i due metodi -ricorda Veronesi- fui considerato un eretico, ma dopo trent'anni la dimostrazione dell'efficacia della chirurgia minima e' arrivata".
Una seconda conquista e' stato il superamento della dissezione e della asportazione dei linfonodi ascellari. Con la tecnica del cosiddetto linfonodo sentinella e' stato possibile risparmiare interventi inutili. L'efficacia del metodo e' molto alta grazie anche alla sua semplicita' di esecuzione e al basso costo e i falsi negativi sono molto pochi.
Altro progresso e' stato raggiunto nel campo della radioterapia: anche qui e' prevalso il principio dell'efficacia del trattamento mirato. L'irradiazione di tutta la mammella e' divenuta inutile mentre e' prevalsa la tecnica della radioterapia intraoperatoria mirata. Subito dopo l'intervento chirurgico di asportazione del tumore, nella stessa sala operatoria, grazie ad apparecchi mobili e flessibili, si puo' praticare una sola dose massiccia di radioterapia in appena dieci minuti; si evitano cosi' sedute di diverse settimane.
Piu' di mille casi seguiti con questa tecnica all'Istituto europeo di oncologia, ha ricordato l'oncologo milanese, possono dare nuove prospettive di cura. "Purtroppo i centri di radioterapia sono ancora pochi e molte donne che vivono in piccoli paesi pur di non spostarsi continuamente chiedono interventi chirurgici demolitivi che potrebbero essere evitati".
La quarta tappa riguarda i farmaci: erano aspecifici e bloccavano la proliferazione del tumore; oggi sono sempre piu' diretti verso obiettivi molecolari. L'esempio tipico di questo cambiamento sono gli anticorpi monoclonali, pallottole biologiche dirette contro recettori specifici del tumore.
Il quinto progresso riguarda sempre i medicinali: da molecole che sparavano nel mucchio contro tutti i tipi di cellule si arrivera' a colpire le cellule staminali dei tumori, una minoranza di cellule che ha la capacita' di dar vita alla diffusione a distanza della malattia.
Sesto passo avanti e' la valutazione biologica e biomolecolare dei tumori. Le nuove classificazioni tengono conto non piu' di descrizioni anatomiche ma di nuovi determinanti che ci fanno meglio comprendere il complesso meccanismo tumorale.
"Siamo al centro di una rivoluzione concettuale nella comprensione dei tumori che influenzera' profondamente la diagnosi e la terapia del prossimo futuro e che aiutera' milioni di donne".

Nel tumore potrebbero esistere cellule staminali neoplastiche che hanno la capacita' di far attecchire altre cellule tumorali e formare cosi' le metastasi. La loro presenza spiegherebbe perche' solo alcuni tumori del seno invadono i linfonodi o si ripresentano dopo le cure chemioterapiche; e questo proprio grazie a un gruppo di cellule staminali del cancro.
E' l'ipotesi di ricerca sulla quale sta lavorando Veronesi.
"Nel sistema tumorale si ripete cio' che avviene nell'organismo normale: c'e' un piccolo numero di cellule che comanda e produce le altre. Ovviamente queste cellule che chiamiamo staminali-tumorali non hanno nulla a che vedere con le staminali che danno vita a tutti i tipi di cellule dei tessuti".
Veronesi ha citato alcune recenti ricerche del Michigan Medical School di Ann Arbor negli Stati Uniti nelle quali gli studiosi hanno innestato cellule tumorali umane del seno in topi immuno depressi. Solo una piccola percentuale di impianti cresceva e gli studiosi hanno identificato un tipo di cellule sensibili (Cd44-Cd24) senza le quali il tumore non attecchiva e non si diffondeva.
"Pensiamo che siano cellule staminali-tumorali che producono altre cellule e che possono essere piu' resistenti ai farmaci. Dobbiamo dunque essere in grado di identificarle con marcatori molecolari e sapere se sono presenti nel tumore. Oggi sappiamo che alcune donne con tumore hanno cellule neoplastiche nel midollo osseo, ma hanno una bassa possibilita' di produrre metastasi; cosi' molte cellule disseminate non appartengono al piccolo gruppo di staminali cancerose ma se lo sono producono metastasi".
Potrebbe essere questa la spiegazione di alcuni interrogativi che emergono da alcuni studi presentati dal professor Veronesi: su 435 donne operate con chirurgia conservativa e seguite per sette anni, le metastasi linfonodali attese erano 53 mentre quelle osservate solo 4. L'ipotesi e' proprio questa: che il tumore primario contiene cellule staminali cancerose e se queste raggiungono i linfonodi si diffonde la neoplasia altrimenti no. "La loro presenza potrebbe infine spiegare perche' cure chemioterapiche possono avere ottimi risultati di efficacia ma non produrre la completa eradicazione della malattia", ha concluso Veronesi.

Fonte: Aduc (10/02/2005)
Pubblicato in Cancro & tumori
Tag: Veronesi
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