Bioinformatica e Web 2.0

Inside Bioinfo

15 ottobre 2007 - 17:35

Piccolo momento di autocoscienza bioinformatica (per non sforzare i neuroni)

Quando leggo o sento parlar di scienza in Italia, di come essa sia il futuro del paese (dell’umanità!), e di come siamo tutti tanto orgogliosi del nobel assegnati ai nostri migliori cervelli, non so mai se sorridere o piagnucolare. Inanzitutto perchè subito mi tornano in mente i valori dei finanziamenti che vengono investiti nel nostro paese, in confronto al resto dell’europa, e secondariamente perchè un click mi dice che il nostro orgoglioso nobel è migrato da più di venti anni altrove . Non vogliamo far troppe polemiche, ma costui è considerabile italiano??!
Poi, spontaneamente, protendo al pianto. Leggevo quest’articolo proprio ieri; esemplare sfogo di come ci sia ben poco da stare allegri se veramente nel nostro DNA c’è scritto l’istinto del ricercatore:

L’Italia mi sta cacciando. Sta perdendo una persona che ama il suo paese, ama Napoli e ama la ricerca scientifica. Voglio fare la ricercatrice ma in Italia non ho speranze, non ho futuro. Sono costretta a partire, anche se non vorrei. Mi sento rifiutata dal mio paese

Non dovrei proprio parlare. In effetti io ho scelto di tenere la bioinformatica non come fonte primaria di sopravvivenza, ma come piacere e sfogo per un un informatico che a volte trova il lavoro al computer poco creativo e molto frustrante. Dopo anni di dottorato, di tante soddisfazioni e studi appassionati, mi sono messo in discussione e ho fatto un breve momento di auto-analisi. (AARGH!)

E’ il momento in cui ci si guarda dentro e si fa un bilancio tra quanto ti piace fare scienza, quali sono gli svantaggi a cui vai incontro in quest’Italia, cosa sei disposto a fare per continuare, quali prospettive hai, e quanto effettivamente vali come scienziato. Ora, come diceva il mai troppo compianto Gaber, di solito questo non è un bel momento, non tanto perchè il tempo si fa un po’ più scuro e cupo, quanto perchè tu ti fai un po’ più schifo. :-)

Ora, la scienza già è -ora come ora- qualcosa solo per pochi privilegiati. In Italia è naturalmente fatta “all’italiana” con tutto quel comporta: amicizie, favori, burocrazia, poca meritocrazia. La bioinformatica, per quanto sbandierata come uno strumento fondamentale d’integrazione, assolutamente indispensabile per far compiere in breve tempo, quel passo quantico ad ogni progetto che comporti aspetti computazionali intensi, e’ posta nell’angolino del sottoscala della ricerca di base. Far bioinformatica in Italia significa IMHO essere molto coraggiosi, o molto lungimiranti, ma anche non molto furbi.

Non voglio spaventare nussuno, sia ben chiaro. Il periodo in cui ho fatto bioinfo full time è stato interessantissimo, e forse -fossi 10 anni più giovane- sarei a Toronto a leggere sequenze senza tanti rimpianti di come l’Italia sfratta forzatamente i propri giovani virgulti.

MA quanti, ed eccomi alla domanda che volevo porvi quest’oggi, quanti dei bioinformatici italiani hanno già fatto mente locale su quel che li aspetta, e hanno scelto, razionalmente, in piena coscienza, di continuare con questa difficile carriera? E quanti invece l’unica cosa che possono promettersi è dire “finchè dura…

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  • dalloliogm - 15 ottobre 2007 # 1

    Io speramo che me la cavo :)

  • FEDERICO CESAREO - 8 novembre 2007 # 2

    PENSI PERO’ CHE L’ITALIA FA PARTE DELL’EUROPA E CHE DEVE ORMAI AMBIENTARSI AL NOSTRO SOAVE CONTINENTE E SI RALLEGRERA’ PER L’OTTIMISMO.

    DISTINTI SALUTI FEDERICO

 

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